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GIORNATA MISSIONARIA AD ONITSHA: LA FAMIGLIA SALESIANA A CONVEGNO |
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La Missione Salesiana di Onitsha ha celebrato quest' anno la Giornata Missionaria realizzando due significativi eventi: un convegno di aggiornamento per la famiglia salesiana e una mostra missionaria.
Il salesiano Irlandese missionario in Sud Africa, Don Marti Mc Cormack, ha guidato il convegno per i membri della famiglia salesiana. Erano presenti Cooperatori Salesiani, Ex-allievi del gruppo di Onitsha, Animatori dell’Oratorio Salesiano, il volontario Con don Bosco, rappresentanti del gruppo ADMA, alcuni insegnanti.
Più di 40 i partecipanti hanno potuto apprezzare gli inputs formativi offerti. |
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La Missione Salesiana di Onitsha ha celebrato quest' anno la Giornata Missionaria realizzando due significativi eventi: un convegno di aggiornamento per la famiglia salesiana e una mostra missionaria.
Il salesiano Irlandese missionario in Sud Africa, Don Marti Mc Cormack, ha guidato il convegno per i membri della famiglia salesiana. Erano presenti Cooperatori Salesiani, Ex-allievi del gruppo di Onitsha, Animatori dell’Oratorio Salesiano, il volontario Con don Bosco, rappresentanti del gruppo ADMA, alcuni insegnanti.
Più di 40 i partecipanti hanno potuto apprezzare gli inputs formativi offerti.
Uno dei momenti del convegno è stata la visita alla mostra missionaria organizzata nell’aula delle comunicazioni del Boarding House. Gli studenti di ogni dipartimento scolastico della missione - Meccanico, Elettrico, Segretarie di Azienda, Scuola Secondaria - hanno preparato uno stand seguendo uno speci fico tema, differente per ogni gruppo rappresentante.
I contenuti della mostra sono stati:
- la Chiesa Universale in Missione;
- la Chiesa Locale di Onitsha in Missione;
- la Famiglia Salesiana in Missione
- l’Ispettoria AFW Africa Ovest Anglofona in Missione.
Il prossimo appuntamento per la Famiglia Salesiana di Onitsha è per i giorni 12,13,14 dicembre durante i quali si svolgeranno gli esercizi spirituali annuali.
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HARAMBÉE 2008 - DOMANDE E RISPOSTE |
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Domande al Rettor Maggiore Don Pasquale Chavez
(trascritto da registrazione e non rivisto dall’autore)
Don Ferdinando Colombo: Ringraziamo di tutto cuore Don Pascual di questa magnifica lezione che poi trascriveremo e faremo arrivare a ciascuno di voi. |
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Domande al Rettor Maggiore Don Pasquale Chavez
(trascritto da registrazione e non rivisto dall’autore)
Don Ferdinando Colombo: Ringraziamo di tutto cuore Don Pascual di questa magnifica lezione che poi trascriveremo e faremo arrivare a ciascuno di voi.
Ora apriamo uno spazio in cui condividere le reazioni a quanto ci ha detto: come regalo per Don Pascual potremmo fargli sentire il fuoco che brucia nei nostri cuori dopo queste sue sollecitazioni.
Mi permetto di sottolineare per sommi capi alcuni passi molto significativi delle sue parole: Non possiamo dare per carità quello che è dovuto per diritto. Questo è un problema etico profondo. Allora ecco che il carisma pedagogico ed educativo ricevuto da Don Bosco va ripensato alla luce di queste nuove esigenze che nascono dai giovani. Allora la magnifica, anzi terribile, carrellata che Don Pascual ci ha messo sotto agli occhi e che alcuni di noi hanno potuto verificare durante le esperienze estive nelle missioni salesiane, evidenzia l’insistenza forte sulla formazione ai diritti umani non come un qualcosa di esterno ma addirittura come sostanza dell’azione evangelizzatrice ed educatrice.
L’efficacia formativa della tradizione salesiana di evangelizzare e di educare viene legata a questa profonda coscienza di valori che Don Bosco ha fortemente vissuto e che il Rettor Maggiore ci ha ricordato: Don Bosco stesso ha messo al centro i giovani, li ha aiutati a prendere coscienza della loro dignità, ha voluto che fossero soggetto educativo non passivo ma vivo!
Magnifiche anche le esperienze di tanti giovani salesiani che Don Bosco ha educato e di cui ha scritto anche la vita. Tutto questo lo ha fatto per lo sviluppo integrale dei giovani, integrale e quindi non solo per uno sviluppo economico. Il Rettor Maggiore ci ha ricordato che c’è una emergenza educativa nella società perché si sta creando una cultura di “solidarietà negativa”, solidarietà nel possedere, nell’avere. è terribile la frase con cui il Rettor Maggiore ha condensato questa mentalità: prima i poveri erano degli esclusi, oggi sono addirittura considerati materiali di scarto.
Ci ha anche ricordato che proprio l’ambiente di Valdocco dove ci troviamo ora è stato un vero laboratorio e che qui è emersa la forza educativa di Don Bosco, diventata un’agenzia educativa, scelta che deve caratterizzare anche il nostro impegno formativo.
Questa del Rettor Maggiore è stata una lezione molto bella. Adesso vi chiedo di rielaborarla mentalmente - e anche affettivamente - prendendo la parola, dicendo quello che sentite nel cuore, quello che ha provocato dentro di voi questa parola magistrale per condividerlo con tutti noi. A voi.
Don Flaviano D’Ercoli (Animatore Missionario della nuova Ispettoria Centrale, ICC): Ho un problema quando incontro tanti giovani italiani che mi dicono che l’avventura della solidarietà a cui aspiriamo e che forma persone nuove può essere creata anche senza il Vangelo. Mi trovo in difficoltà perché io, come persona e come salesiano, mi presento loro come qualcuno che ha dato la vita a Cristo per creare una persona nuova. I ragazzi, i giovani mi dicono: “Guarda che Cristo non serve, c’è una avventura della solidarietà che può essere creata anche senza Cristo” e allora faccio fatica a parlare con loro. Mi dicono: “I diritti umani li puoi pensare anche senza il Vangelo” e non sono pochi nella Ispettoria Adriatica a pensarla così, è stato un tema di discussione forte prima della partenza per l’esperienza estiva in Africa. Vorrei sapere dunque, visto che mi trovo molto in difficoltà, se tu puoi aiutare me e questi giovani a dire qualcosa di più su questo tema.
Rettor Maggiore: Penso a quella affermazione molto radicale di Giovanni Paolo II secondo il quale, quando si cerca di costruire una società senza Dio, questa, anche se solidale, sarà sempre contro l’uomo. E questo tema lo ha sviluppato molto bene Benedetto XVI nell’enciclica “Spe Salvi”, quando ha dimostrato come le grandi ideologie del secolo scorso e in particolare quella che si sviluppò nella Russia e nel blocco sovietico - in cui si cercava di creare una nuova società in cui doveva prevalere l’uguaglianza fra tutte le persone - si fosse trascinata per tanto tempo con il pensiero di poter riuscire a costruire una società ugualitaria ove il frutto più prezioso sarebbe stato l’origine di un nuovo uomo e di una nuova donna, il che non accadde affatto. Non soltanto ha fallito tutta quella esperienza di 75 anni di comunismo, ma continua a fallire perché non è una società che dà come frutto questo, ma accade invece l’inverso, poiché è la costruzione di una nuova donna e di un nuovo uomo che provoca una nuova società. Allora pensare che senza Dio si possa creare una nuova società non è realizzabile.
Don Bosco è stato molto attento su questo punto quando diceva molto bene che il sistema preventivo poggia prima di tutto sulla ragione e sull’amorevolezza ma il suo cardine fondamentale è la religione, non soltanto perché essa può essere un motivo molto forte nella vita di ciascuno il che certamente è vero, ma soprattutto perché alla luce di Dio, del Dio rivelato in Gesù, possiamo scoprire la vera dignità della persona umana… Il problema è se nella rappresentazione del Vangelo che facciamo agli altri riusciamo a presentarlo così come esso è, ovvero capace di far maturare una società, far lievitare una cultura.
Primo giovane: Volevo chiedere se la “missione” deve essere fatta anche in Europa, dove ci sono ragazzi in strada disorientatissimi e per i quali la famiglia è assente…
Rettor Maggiore: Il Papa ha parlato, consegnando quella lettera sull’emergenza educativa, proprio per evidenziare come ci troviamo in una situazione di tale sbaraglio, di tale confusione a causa del relativismo, che veramente siamo arrivati a un momento di svolta in cui occorre giocare “il tutto per tutto”, altrimenti continueremo a perdere i valori fondamentali. E a proposito di quanto tu dici, il Papa durante il raduno per l’ultima giornata mondiale della gioventù in Australia ha parlato del deserto spirituale che sta crescendo. La nostra società si trova proprio in questo deserto spirituale, nel buio, nella confusione, nello smarrimento e i primi a soffrire per questo sono i giovani che, senza essere ancorati nel passato e senza proiezione nel futuro, sono “ingabbiati” nel presente e naturalmente non possono essere fortemente motivati.
Che cosa ha voluto fare Don Bosco qui a Valdocco per i giovani? Fargli sperimentare una atmosfera di famiglia, fare di Valdocco una casa, una casa di giovani. Prima che si parlasse delle “case famiglia”, Don Bosco ha iniziato a offrire ai ragazzi un ambiente e un clima di famiglia, luogo dove di solito si comunicano i valori fondamentali e i sentimenti nuovi. Le nostre opere salesiane sono chiamate veramente a riprodurre il “modello Valdocco”, non tanto nella struttura edilizia, quanto nella genialità pedagogica e nel cuore fortemente pastorale di Don Bosco che era attento ai bisogni dei giovani.
Secondo giovane (Ciccio di Salerno): Se sono qui oggi è grazie al contributo di un salesiano che sarà per me sempre un grande anche se quest’anno verrà allontanato (…) A volte ai salesiani bisogna anche dire di no, perché i salesiani sono il nostro faro e se capita di avere dei testimoni che non sono dei veri testimoni bisogna prendere provvedimenti nei loro confronti perché i ragazzi non riescono ancora a distinguere il bene dal male e possono essere fuorviati. Secondo me il danno più grande nella Chiesa oggi consiste nel fatto che parecchi ragazzi si allontanano perché vedono che i nostri fari non sono sempre dei veri fari.
Terzo giovane: Le esperienze estive a cui abbiamo assistito in questi giorni ci stimolano a guardare con occhi diversi le situazioni che viviamo nei nostri ambienti. Il mio pensiero è che dovremmo avere la stessa voglia di metterci in gioco nei nostri cortili così come facciamo nelle missioni. Davanti alle situazioni che si incontrano non sempre sappiamo cosa fare, di fronte a tanti diversi stati di disagio non si sa da che parte iniziare… Allora la nostra domanda e la nostra difficoltà a volte è questa: quali e quante situazioni per cui spendersi e mettersi in gioco, quali criteri usare, come poter aiutare. Alcuni di noi si sono sentiti dire questa frase: “Prima di fare tanto bene ma fatto male, è meglio non farlo, perché il bene fatto male è peggio del male stesso”. Vorrei capire come possiamo fare con i nostri ragazzi, se ci sono dei criteri e quali sono (…)
Rettor Maggiore: Forse la differenza fra oggi e quarant’anni fa, per quel che riguarda il lavoro salesiano nel campo dell’emarginazione, è che prima prevaleva molto il protagonismo e il pionerismo di alcuni confratelli, sorelle e altri membri della famiglia salesiana i quali, attenti alla situazione sociale, scoprivano fenomeni che richiedevano risposte educative o evangelizzatrici e si davano da fare. La differenza, direi, tra un momento in cui questo pionierismo prevaleva e l’oggi consiste nel fatto che nella situazione odierna sempre di più cresce una sensibilità istituzionale, c’è una istituzione che si pone davanti ai problemi e cerca di leggerli e di vedere come risolverli. Nell’ambito della presenza salesiana occorre vedere come dare risposte che non siano soltanto espressione della sensibilità di un confratello o di una sorella o di un membro della famiglia salesiana, ma di tutta l’istituzione.
Questo non vuol dire però che il pionierismo vada abbandonato e vi do un esempio: tre o quattro anni fa, un giovane salesiano mi scrisse: “Andando una volta alla stazione Termini a Roma ho scoperto una situazione che mi ha sconvolto, lo sfruttamento sessuale dei ragazzi… Noi cosa stiamo facendo, noi che abbiamo un’opera proprio di fronte alla stazione, il Sacro Cuore… Cosa stiamo facendo?”. Gli domandai: “Cosa ti senti di fare?” “Mi sento di cominciare a conoscere meglio questa realtà”. Allora gli dissi che poteva andare, ma almeno con un altro confratello, visto che la situazione non era delle più facili. Con un altro confratello cominciò in maniera sistematica fino a che mi fece un quadro, direi veramente vergognoso, di una situazione che si stava verificando. Dopo di che mi chiese se poteva cominciare a fare qualche attività. Dico questo perché a volte ci sono situazioni che non riusciamo a vedere… non le vediamo.
Nell’incontro che ho avuto nell’Agorà salesiana ad agosto 2007 a Loreto, ho ripreso una espressione attribuita a Don Cafasso, vera o non vera, che diceva a Don Bosco: “Vai per le strade e senti l’urlo dei giovani”… A volte quello che ci manca è proprio questo, siamo talmente chiusi che non vediamo la realtà e non sentiamo l’urlo dei giovani. Si deve continuare a stare molto attenti, quasi fossimo delle sentinelle, sempre attente al nuovo che sta nascendo e che prima o poi può naturalmente maturare.
Le risposte: come volevo dire nell’esempio di padre “Nicolò”, chiamiamolo così, non bastava scoprire che c’era il fenomeno sociale dei ragazzi di strada, ma occorreva fare una proposta educativa e pedagogica per questo e per gli altri fenomeni che stavano/stanno nascendo. Dopo si studierà se la situazione merita veramente che ci si impegni come istituzione o se già ci sono altre agenzie a cui indirizzarsi. C’è il sogno, oggi più che mai, di lavorare in sinergia con le altre agenzie educative e di non pensare che siamo gli unici, poiché ci sono tante altre agenzie coinvolte e molto impegnate e c’è bisogno di lavorare insieme in rete per essere più efficaci sul territorio.
Ecco, questi allora sono dei criteri molto importanti per poter lavorare. Riassumendo: devo continuare ad essere attento alla realtà, ad ascoltare questo urlo dei giovani e cercare di incontrare proprio il cuore da dare, pieno di fantasia pastorale, pedagogica e poi si vedrà in futuro come svilupparlo. Chi avrebbe mai immaginato che quanto ha cominciato a fare sulle strade di Bogotà padre… Nicolò o fratel Meschita sarebbe diventato oggi un modello di opera che ormai funziona in tutta la famiglia salesiana! E come è accaduto in questo caso è accaduto anche per le case famiglie, tanto diffuse oggi in Europa, o per il lavoro che si fa tra i Rom, lavoro che ha cominciato un fratello sensibile alla loro situazione e che adesso è diventato una rete a favore dei Rom in tutte le Ispettorie d’Europa. Perciò, dicevo, è cresciuta la sensibilità delle istituzioni ma continua ad essere necessario il pionierismo e i lettori della realtà sono sempre più fini e più attenti.
Suora messicana: Padre, su questo problema noi messicani abbiamo la forte esperienza della vicinanza con gli Stati Uniti (…) Come aprirsi ad un’altra cultura senza lasciare quello che di buono abbiamo?
Rettor Maggiore: In fondo tutti quanti, cominciando dai missionari, siamo un po’ migranti, nel senso che nel contatto con un’altra realtà ci portiamo dietro la nostra cultura e ci troviamo di fronte a nuove culture. Allora quale è la strada da percorrere? È diversa la situazione di un bambino, che nasce in una cultura e lì sviluppa le proprie forme di pensiero e permette alla realtà di raccordarsi tutta vicendevolmente, da quella di una persona adulta che si trasferisce da una parte all’altra del mondo. Allora, qual è il processo? A questo livello si comincia sempre con quella che si chiama “acculturazione”, che vuol dire due culture che vivono insieme. Un esempio è proprio il Messico: soprattutto i messicani che vivono lungo la frontiera, ci sono tremila chilometri di frontiera con gli Stati Uniti, vivono una situazione di acculturazione e alla fine le due culture giustapposte cominciano vicendevolmente a influenzarsi creando una nuova situazione, una nuova cultura e difatti già esiste un linguaggio in cui sono presenti parole inglesi e parole spagnole e pertanto è una situazione del tutto ibrida. Quando si va in un altro paese si crea un processo di acculturazione, cioè la tua cultura si confronta con un’altra cultura, ma progressivamente si deve passare alla inculturazione. Questo è un termine teologico, perché il termine sociologico sarebbe “inculturazione”, il che non è lo stesso. Se non fai bene questo passaggio, invece di inculturare il vero carisma fai transculturare la tua cultura, cioè fondi i tuoi valori, che vuoi imporre, in un’altra cultura… e questo si chiama “transculturazione” e purtroppo sovente capita: persone che arrivano, calpestano la cultura delle persone che pretendono servire, impongono forme culturali che veramente ledono la propria.
Allora dico ai missionari: la prima cosa che dovete fare è imparare la lingua del paese dove andrete, come un bambino che deve cominciare ad imparare la lingua per comunicare. Se uno non impara bene la lingua non fa un bel lavoro di inculturazione: “Che cosa sei venuto a fare? Che cosa sei venuto ad imporci?”. Poco a poco cominci a vedere qual è la forma di pensare, di agire, di sentire e cominci ad apprezzare, senza più fare paragoni, questa nuova realtà in cui ti trovi, fino al momento in cui ti esprimi in una nuova forma. Non lasci di essere quello che sei, ma apprendi una nuova forma per esprimerti. Il pericolo purtroppo è questo: se non c’è un buon processo di inculturazione si rischia la transculturazione, che è l’imposizione di una cultura a danno di un’altra.
Quarto giovane: Davanti a una società povera culturalmente, se i salesiani devono affermare lì i diritti umani nelle opere locali e negli oratori, come possono fare per trasformare questa cultura?
Rettor Maggiore: Come dicevo all’Agorà del 2007, oggi la nostra pastorale deve cambiare. Deve cambiare perché prima di tutto deve essere molto più esplicitamente evangelizzatrice in una società che decide sempre più spesso di conformarsi senza Dio e che espande questo progetto laicista a tal punto che appena dice una cosa il Papa subito insorgono reazioni per la difesa del laicismo… Senza sapere che laicismo non vuol dire ignorare le religioni, ma capacità di mettere insieme tutte le religioni affinché tutte possano esprimersi senza sentirsi dire: “Tu puoi esprimere qualsiasi cosa purché la tua fede e le tue convinzioni religiose non abbiano a che fare con il tessuto sociale e con la politica”. E allora che cosa dovrei fare? Devo dividere la mia persona, una è il credente e una è il cittadino? È quello che sta accadendo. Quindi oggi più che mai bisogna essere esplicitamente evangelizzatori se siamo cristiani, sapendo soprattutto che il Vangelo ha una capacità veramente incredibile di lievitare le culture, di purificarle, di innalzarle.
Il secondo elemento è che non basta essere più esplicitamente evangelizzatori, si deve nel contempo cercare di toccare il cuore, vedere quali sono gli elementi che vanno cambiati, le forme di pensiero e di realizzazione della organizzazione sociale… Veramente il mondo ha bisogno di una nuova “governance”. Io non sono sicuro che una nuova governance saprà fare una rilettura dei diritti umani e farli valere. Il fatto è che però, dopo sessanta anni, siamo ancora all’inizio, con tanti elementi da cambiare nelle culture e le persone da far maturare nel loro impegno vocazionale, sia all’interno della chiesa come cristiani che nella società come cittadini. Perciò, dicevo, l’espressione di Don Bosco “la missione salesiana è formare onesti cittadini, buoni cristiani, racchiude tutto l’umanesimo pedagogico di Don Bosco, io devo tradurla. Che cosa significa oggi formare buoni cristiani? Che cosa significa oggi onesto cittadino? Non c’è paragone con quello che significava ai tempi di Don Bosco. Oggi la cittadinanza implica una maggiore responsabilità e per il sociale non basta dire “io pago le tasse e cerco di non ammazzare”: questo non vuol dire che sei un onesto cittadino secondo la concezione che intendeva Don Bosco. Tu dicevi che non c’è bisogno di partire come missionari ed infatti oggi tutto il mondo è diventato terra di missione e dunque in qualsiasi delle nostre parrocchie, dei nostri oratori, dei nostri centri giovanili dobbiamo cominciare davvero a trasformare questa società sempre più neopagana, più bisognosa di ricevere il dono di Dio, di Cristo e del suo Vangelo.
Don Ferdinando Colombo: Ringraziamo Don Pascual per le sue risposte.
Mi permetto di rubare ancora un minuto per ringraziare pubblicamente il Signore:
perché mi ha permesso di poter fare l’Animatore Missionario per l’Italia per ben vent’anni e questo mi ha permesso di conoscere le missioni di buona parte della Congregazione. Questa missionarietà della Congregazione è una ricchezza enorme: ho potuto verificare che il carisma si è trasformato in storia di salvezza in tanti paesi.
Lo ringrazio per l’animazione missionaria che stiamo vivendo anche oggi e che raggiunge migliaia di giovani coinvolgendoci tutti nel sogno missionario di Don Bosco. Ancor di più ogni anno qualcuno decide persino di entrare nella Congregazione; anche oggi, qui tra i presenti ci sono alcuni che dopo l’esperienza estiva hanno deciso di farsi salesiani per permettere a questa bellissima storia di continuare ad espandersi nel mondo.
Lo ringrazio per i volontari che ho potuto accompagnare: 350 volontari in questi venti anni sono stati selezionati, formati e accompagnati e anche adesso 50 sono in servizio e pensate che bello poter dire proprio oggi che 24 volontari ricevono il crocifisso per la partenza missionaria.
Grazie Signore ancora per avermi spinto a proporre nell’anno 1988 all’allora Rettor Maggior Don Juan Vecchi di fare un incontro con tutte le persone che si stavano interessando dei ragazzi di strada: ne è nato un convegno di studio a Roma da cui poi tutte le Ispettorie salesiane hanno preso ispirazione per altri convegni a cascata. Ma soprattutto ha dato origine ad una struttura importante della Congregazione perché oggi nella struttura ispettoriale voi trovate l’incaricato dell’emarginazione che prima non c’era.
Oggi poi in particolare, vista la presenza di Don Pascual, ringrazio il Signore della profonda sintonia che mi è nata nel cuore con il magistero che lui ci sta dando e che sta sfociando in un Congresso Internazionale che raccoglierà a Roma rappresentanti di tutta la famiglia salesiana, per riflettere su quanto oggi nel suo intervento il Rettor Maggiore ci ha detto con tanta profondità.
Ringrazio in particolar il Rettor Maggiore di essersi interessato personalmente della scelta del confratello che è stato incaricato di accogliere questa “agenzia educativa” che è l’AM-VIS, in cui abbiamo cercato di far crescere una forte animazione missionaria, ricca di spiritualità, accompagnata da una struttura portante ricca di capacità operativa, perché formi persone veramente capaci di quella cittadinanza attiva in cui Vangelo e cultura diventano finalmente struttura operativa efficace caratterizzata dal coinvolgimento dei giovani e dei laici.
Per tutto questo ringrazio il Signore.
Don Pascual: Sono io a ringraziare Don Ferdinando Colombo perché veramente è stato a servizio per questi venti anni di animazione nel VIS, all’inizio senza sapere quale poteva essere la ricaduta e la buona riuscita del VIS, che lui ha guidato veramente con una grande dedizione. Oggi il VIS ormai è conosciuto in tutto il mondo salesiano, a livello sociale in Italia è veramente un punto di riferimento, lo potete trovare non soltanto nei poster degli aeroporti ma in tutto l’impegno per la costruzione di questo mondo più equo e solidale.
Io ti ringrazio veramente Don Ferdinando per il lavoro di accompagnamento che hai fatto, prima di tutto per l’animazione missionaria, perché questo è il primo scopo del VIS, poi per l’accompagnamento dei missionari sia laici che salesiani nei loro progetti, per averli aiutati a realizzare tanti dei loro sogni - perché direi che è stato così grazie anche alle tante risorse finanziarie che adesso attraverso il VIS si ottengono per venire incontro ai bisogni immani dei missionari. Così il VIS è una delle realizzazioni più promettenti e più significative del mondo salesiano. Così lo ringraziamo di nuovo e il Signore ripagherà abbondantemente e il testimone viene dato a Don Franco Fontana, che riceve una bella eredità. Noi gli auguriamo veramente un fecondo ministero su questa stessa scia, per il sogno del volontariato, ma soprattutto per aiutare anche a maturare vocazionalmente. Già una volta ho detto che in tempo di volontariato occorre sempre andare alla ricerca della vocazione definitiva, perché dovrebbe essere un progetto di vita. Auguriamo ancora un fecondo ministero a Don Franco e gli assicuriamo i nostro supporto e il nostro appoggio. Grazie.
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HARAMBÉE 2008 - DISCORSO DEL RETTOR MAGGIORE |
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Discorso del Rettor Maggiore Don Pasquale Chavez
(trascritto da registrazione e non rivisto dall’autore)
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Ringrazio come al solito la presenza di alcuni degli ispettori dell’Italia, mi sembra che non soltanto del Medio Oriente qui si trova Don Spreafico, Stefano Martoglio, sapevo che doveva esserci anche Don Gianni Mazzali, non so se è qui; alcuni delegati della pastorale giovanile della nuova ICC; c’è anche Don Mimmo della Meridionale (applausi), non ero sicuro se pronunciare o no il nome perché sapevo già la reazione; vedo che sono venuti anche dalla Sicilia, si?. |
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Discorso del Rettor Maggiore Don Pasquale Chavez
(trascritto da registrazione e non rivisto dall’autore)
“...
Ringrazio come al solito la presenza di alcuni degli ispettori dell’Italia, mi sembra che non soltanto del Medio Oriente qui si trova Don Spreafico, Stefano Martoglio, sapevo che doveva esserci anche Don Gianni Mazzali, non so se è qui; alcuni delegati della pastorale giovanile della nuova ICC; c’è anche Don Mimmo della Meridionale (applausi), non ero sicuro se pronunciare o no il nome perché sapevo già la reazione; vedo che sono venuti anche dalla Sicilia, si?.
..non siate timidi cari, sono pochi? Naturalmente del Triveneto perché ho visto il gruppo, eccolo là; dalla Lombardia, il gruppo di Sesto S.Giovanni che ero andato a trovare proprio a Sesto San Giovanni, eccolo là; non so se del Piemonte ci sia qualcuno (grandi applausi). Sono venuti anche come gli altri anni dalla Polonia (applausi), non so se dalla Slovacchia, no?. Anche Don Daniel Federspiel della Francia, quello che sta applaudendo se stesso è Don Daniele (risate). Abbiamo anche il nuovo consigliere per le missione che è Don Klement, oggi è il suo onomastico, oggi è San Venceslao, Vaclav appunto. C’è Suor Ciri con le Figlie di Maria Ausiliatrice e con il gruppo delle suore che saranno inviate in missione, c’è il gruppo della Comunità della Missione Don Bosco di Bologna.
Ma soprattutto ci siete voi, carissimi giovani qui, accompagnando questa volta il gruppo dei nuovi missionari che in continuità con quella prima spedizione inviata da Don Bosco nel 1875, sempre in continuità con quella missione la Congregazione e l’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e l’intera famiglia salesiana si è vista sempre più coinvolta nel desiderio di fare realtà il comando di Gesù di essere suoi testimoni sino ai confini del mondo.
Questa volta il tema dell’Harambée, voi lo trovate nel manifesto “Vivere il Vangelo servendo la persona e la società”, come già diceva Don Ferdinando Colombo è in stretta sintonia con la Strenna del 2008. Una Strenna che naturalmente non finisce con il 31 dicembre del 2008, quasi direi che la Strenna del 2008 apre le nuove prospettive della forma dell’essere salesiano, dell’essere membri della famiglia salesiana e dunque di capire e svolgere la missione salesiana e questo vuol dire la consapevolezza della dimensione sociale dell’educazione del Vangelo perché è questo che dice qui nel manifesto: “Vivere il Vangelo servendo la persona e la società”. Non si potrà dire che tutto quanto viene già realizzato in questo anno, se non nel futuro dovrà continuare ad essere così. Perché la Strenna del 2008 portava come tema questo: “Educhiamo con il cuore di Don Bosco per lo sviluppo integrale dei giovani”, specialmente i più poveri, i più bisognosi, quelli che si trovano in situazione di rischio e la forma nuova diceva “promuovendo i loro diritti”. In forma tale che noi ci rendiamo conto che la nostra azione educativa ed evangelizzatrice non è un lavoro palliativo, non è un lavoro che cerca semplicemente di attutire la durezza della vita, specialmente nella vita dei ragazzi poveri e svantaggiati, ma che la nostra presenza ha uno scopo trasformativo. Siamo convinti veramente che i diritti umani, l’educazione ai diritti umani ci può aiutare a compiere meglio il sistema preventivo, cioè la prevenzione di tutto quanto può mettere a rischio lo sviluppo normale della vita dei ragazzi, il loro pieno inserimento sociale, la loro capacità di costruire un mondo più equo, più solidale e più salute. E questo vuol dire allora rendersi conto che la formazione ai diritti umani è un elemento che oggi deve caratterizzare la realizzazione della missione salesiana.
Io lo dicevo facendo un po’ la sintesi delle giornate di spiritualità della famiglia salesiana che noi non possiamo dare come carità quello che è dovuto per diritto. Ed è così: noi non possiamo dire che offriamo ai ragazzi poveri e svantaggiati qualcosa che la società non riesce a dare perché li emargina, li esclude, li segrega, non soltanto nelle grandi decisioni della formazione della società ma anche quello che sono i diritti fondamentali. Allora sono contento che voi avete preso come, qui con Don Ferdinando e in tutto il Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, un tema che è in sintonia con la Strenna, perché? Perché questo ha a che vedere con l’essenza del carisma salesiano, non dimentichiamo che il carisma salesiano è un carisma pedagogico, è un carisma educativo, però il sistema preventivo deve essere riletto, deve essere ripensato alla luce delle nuove esigenze e sfide dei giovani e quando parlo delle nuove esigenze e sfide sto parlando, sì, da una parte delle nuove povertà, ma soprattutto delle forma in cui noi oggi possiamo capire qual è la funzione sociale che ha l’educazione e il Vangelo.
Alla fine del mese di Settembre dell’anno 2007 mi trovavo negli Stati Uniti visitando le Ispettorie dell’est e dell’ovest. Ci sono stati come al solito raduni affollatissimi di giovani, però una delle cose che più mi ha colpito proprio mentre mi trovavo a Ramsey, nella parte dell’ispettoria di New York, era proprio il sapere che per esempio l’uomo, e lo dicevo a loro, l’uomo più ricco del mondo fino a poco tempo fa, il signor Bill Gates, aveva deciso di lasciare la direzione della Microsoft, voi sapete che cosa è e che ha rivoluzionato il mondo del computer e dell’informatica, per congregare un pool di persone forse le più ricche del mondo per sconfiggere la povertà. E dicevo, vi rendete conto cosa significa cambiare la forma di pensare e di vedere? Per cui non si cerca ad ogni costo l’essere il number one, il numero uno, si cerca piuttosto di promuovere l’impegno per costruire un mondo che sia casa per tutti. E allora parlavo a loro che la nostra educazione non può continuare ad essere un’educazione che cerchi di formare l’uomo di successo nel mondo sociale e nel mondo economico. Oggi la nostra educazione deve essere molto unita alla formazione di una cittadinanza attiva e sociale. E questo che sto dicendo per l’educazione ha anche valore per l’evangelizzazione che noi facciamo. Che cosa significherebbe oggi il compito che Don Bosco aveva tracciato alla missione salesiana di formare onesti cittadini e buoni cristiani. Che cosa significa? Per Don Bosco tutto questo era la sua visone del suo umanesimo pedagogico. Ebbene, l’umanesimo pedagogico di Don Bosco non è completamente distaccato dall’umanesimo laicale in cui troviamo tante persone impegnate per la costruzione di un mondo più equo e più solidale. E allora qual è il punto di aggancio tra l’umanesimo pedagogico di Don Bosco e l’umanesimo laicale? E’ proprio questo: la formazione ai diritti umani. Il sapere che l’educazione ai diritti umani può aiutarci a realizzare meglio il sistema preventivo dunque la prevenzione di esperienze negative che possano mettere a rischio la salute, lo sviluppo sociale della persona, il loro inserimento sociale, la capacità di trasformare la società, la presa di coscienza della loro dignità. Mi piace molto, come anche soprattutto nella parte dell’India, la presenza nostra gioca molto con la parola empowerment che vuol dire veramente far sentire ai ragazzi più poveri e svantaggiati che non sono semplicemente un oggetto dell’educazione, sono il soggetto educativo. E che sono chiamati a prendere nelle proprie mani le redini della società. E allora questo vuol dire una nuova forma per capire quanto noi stiamo cercando di fare e oggi è più urgente che mai proprio questa missione sociale dell’educazione. Sono convinto che i diritti umani ci possono aiutare a realizzare meglio la prevenzione, la formazione dello sviluppo integrale della persona umana e soprattutto un inserimento nel tessuto sociale e politico molto più pro-attivo in cui non basta dire “basta che io trionfi nella vita”, perché quello che è in gioco è la costruzione di un mondo che sia casa per tutti. Io sono molto contento di questo.
La scelta per i giovani in situazione di povertà, di emarginazione, è stata sempre nel cuore e nella vita della famiglia salesiana da Don Bosco ad oggi e sono molto lieto che ci troviamo proprio qui a Valdocco dove Don Bosco ha sviluppato quello che oggi è una presenza in 130 paesi del mondo. Don Bosco qui, proprio in questo cortile che voi vedete, davanti alla chiesa di Maria Ausiliatrice, proprio in questo campus ha fatto la sua grande esperienza pedagogica che è valida oggi più che mai. Quando sentiamo i politici, soprattutto in Europa, che dicono che non hanno più bisogno dei religiosi e delle religiose e dell’educazione privata, io dico “No!”, abbiamo tanto da offrire. Ed è proprio questa l’eredità che noi abbiamo ricevuto da Don Bosco. Don Bosco non fu uno studioso specializzato di pedagogia, difatti, non fu un filosofo dell’educazione. Durante tutta la sua vita Don Bosco cercò di rispondere con straordinaria intuizione e con un grande senso pratico ai bisogni sempre in crescita di assistenza ed educazione degli adolescenti e dei giovani che approdavano a Torino in cerca di lavoro, come quello che sta accadendo in tutta l’Europa con questa inarrestabile ondata di migranti. Immaginate cosa farebbe Don Bosco in questa nuova Europa d’oggi, se allargherebbe il cuore veramente cercando di rispondere a questi nuovi bisogni. Lo ha fatto quando vedeva come Torino si riempiva di giovani che abbandonavano i villaggi per venire in città a cercare di trovare il lavoro. La finalità principale per cui è sorta Valdocco e tutta la comunità salesiana era prevenire le cadute e le ricadute di questi giovani, attraverso che cosa? Prima di tutto: la presa di coscienza della loro dignità. Don Bosco qui ha fatto una grande esperienza pedagogica che consisteva proprio nel mettere i giovani al centro. A Don Bosco non interessavano le strutture, le strutture sorgevano per rispondere ai bisogni dei giovani. E oggi, la famiglia salesiana, i salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice e tutti i gruppi della famiglia salesiana, non possono stare a difendere la sopravvivenza delle strutture, dobbiamo piuttosto essere sempre più sensibili ai nuovi bisogni dei giovani.
Allora Don Bosco che cosa ha cercato di fare? Di fare dei giovani il soggetto della propria formazione. Sovente io dico, quanto è riuscito a fare Don Bosco. Se noi pensiamo che ha fatto per i suoi ragazzi, per esempio, ai suoi primi successori. Da dove è emerso, per esempio, Don Michele Rua, Don Paolo Albera che è stato il secondo, Don Filippo Rinaldi, da qui, guardate che cosa è riuscito a fare Don Bosco: garantire e assicurare la continuità della sua opera per la capacità appunto di formare robustissime personalità. Allora Valdocco è diventato un laboratorio. Don Bosco si è reso conto della necessità di dare una salda formazione professionale, morale e religiosa, in forma tale da aiutare veramente questi ragazzi poveri, venuti dai villaggi o da altre parti per inserirsi, con garanzie di successo in una nuova società. Don Bosco partì dal niente: non so se siete andati lì in quello che era la tettoia Pinardi, non c’era niente. Per che cosa? Per costruire un immenso edificio, e non mi riferisco all’edificio edilizio di Valdocco ma soprattutto alla sua esperienza educativa in cui si ritrovano i punti fermi destinati a trasferirsi in quella ampia rete di istituti educativi che è stata definita da Paolo VI “il miracolo salesiano”.
Dopo Don Bosco, la congregazione e la famiglia salesiana oggi presente in 131 paesi del mondo, ha continuato con una presenza variegata di opere e di servizi, a favore dei ragazzi in situazione di povertà ed emarginazione, ricavando sempre ispirazione nel criterio preventivo e perciò l’invito a rileggere sempre il sistema preventivo alla luce dell’educazione ai diritti umani.
In questi ultimi trent’anni, però, carissimi giovani, carissimi confratelli, sorelle e membri della famiglia salesiana, la realtà della povertà, soprattutto giovanile, sta diventando più globale e più drammatica. E questo come conseguenza di fattori economici, culturali, strutturali e umani. Nel mese di maggio dell’anno scorso, ho avuto la grazia di partecipare alla quinta conferenza dell’episcopato latino americano, che si è svolta all’Aparecida do Brasil ed è stato interessante sentire il cardinale Bertoglio, gesuita di Buenos Aires, parlando della situazione di povertà che cresce sempre di più in America Latina come in Africa e in altri paesi dell’Asia, e la definiva così: prima si parlava di esclusione, oggi nemmeno di esclusione, oggi sono materiale di scarto. Materiale che non ha nessun profitto e nessun futuro nella società. E’ questa la situazione in cui noi ci troviamo adesso, stiamo assistendo all’emergenza di una cultura di non solidarietà, di sempre maggiore esclusione. Adesso la Santa Sede si è pronunciata un po’ per la forma in cui in questa nuova Europa viene trattato il caso degli immigrati, dimenticando che l’Europa è stato un paese d’emigranti. Se voi andate nel Brasile, soltanto nel Brasile, ci sono venti milioni di italiani, per non dirvi nell’Argentina, nell’Australia, negli Stati Uniti e in tanti altri paesi. E così poteri parlare di tanti altri paesi dell’Europa d’oggi. E questo continente, che era un continente d’emigranti, adesso sta praticamente stringendo le frontiere per rendere sempre più difficile l’approdo degli immigrati che come loro cercano di sopravvivere.
Oggi si parla infatti delle nuove povertà dei giovani, per indicare tutte quelle situazioni di abbandono in cui si possono trovare o cadere. E rimane sempre la convinzione che finché non ci sarà un cambio di cultura, guardate, non riusciremo a superarli, perciò guardate il titolo dell’Harambée, “Vivere il Vangelo servendo la persona e la società”, di nuovo la funzione sociale del Vangelo e dell’educazione. Rimane comunque il fatto che la povertà socio- economica è la più grave delle povertà perché va sempre preceduta, accompagnata o seguita da altre forme di povertà, inimmaginabili. Come in altre tante cose, purtroppo, la realtà supera la fantasia come diceva Dostojeskiy. Noi non immaginiamo veramente dove può condurre la povertà. Io vi offro velocissimamente una mappa dell’emarginazione e dello sfruttamento dei giovani nel mondo per sapere cosa stanno facendo i salesiani nel mondo e che cosa siamo chiamati a fare oggi. Prima di tutti ci sono i ragazzi di strada e le cosiddette bande giovanili o gang: sono tutti quei ragazzi che hanno preferito prendere la strada come habitat naturale talmente insopportabile era la loro situazione familiare. Ed eccoli, costretti a prendere una via che poco a poco li farà sfociare nel crimine. E’ interessante come nell’America Latina all’inizio si cominciò a lavorare con i ragazzi della strada, adesso non si parla più in America Latina dei ragazzi della strada, si parla dei ragazzi nella strada cioè di quelli che cominciano appena ad arrivare nella strada e prima che facciano della strada il loro vero habitat cercano di recuperarli, perché sanno che una volta che diventano ragazzi della strada praticamente prendono la via per la delinquenza, per il narco- consumo o narco- dipendenza, per i furti e le aggressioni. Allora cosa fare? Cercare di prevenire che diventino ragazzi della strada, allora appena arrivano nella strada a vendere fiori, a pulire i vetri delle macchine, bisogna cercare di recuperarli prima che sia tardi. Nelle strade delle grandi città dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia vivono o muoiono di freddo, di fame, per le malattie o assassinati come per esempio in Brasile. Ci sono cento milioni di ragazzi della strada, una cifra impressionante. Io sono molto fiero quando dico che la prima persona che scoprì il fenomeno dei ragazzi della strada è il padre Javier De Nicolò in Colombia, il fratello Meschita in Brasile, che sono quelli che hanno cominciato a scoprire il fenomeno sociale e sono i primi che immaginarono una proposta educativa per loro e che è quello che adesso funziona in tutte le parti del mondo: andare a trovarli nella strada, offrire un cortile dove andare a dormire, dove avviene l’inserimento progressivo e tutto il percorso di socializzazione fino al loro inserimento sociale. Eppure, con tutto quello che facciamo, ci sono milioni di ragazzi della strada che non hanno nessuno che si prenda cura di loro.
Non so se ricordate alcuni anni fa, quando sono apparsi nella copertina della rivista Times e Newsweek due adolescenti di dodici anni del Myanmar con il mitra nelle mani, quando si cominciò a scoprire un nuovo quadro sociale, quello degli adolescenti soldato. Con un mitra nella mano e una sigaretta in bocca perché il mondo scoprisse un fatto a cui assisteva da anni e che non era esclusivo dell’Asia, vale a dire l’inserimento dei ragazzi nell’esercito, nella guerriglia, come sicari (in Colombia si trovano ragazzi sicari che sono killer) che vengono inseriti proprio per assassinare, senza età, senza preparazione militare, semplicemente al servizio della morte. Non so se avete visto un film che ha fatto scalpore, “Diamanti insanguinati”, che ci fa vedere la situazione degli adolescenti soldato nella Liberia. Raggiungono, secondo le cifre che ci dà l’ONU, trecentomila adolescenti soldato, impiegati in operazioni di guerra, tra le più rischiose. Alcuni come semplici cavie per pulire i campi minati. Troviamo non soltanto i ragazzi della strada, i ragazzi soldato, ma purtroppo anche un elemento che cresce di giorno in giorno che sono i ragazzi violati. E’ una delle situazioni più tristi anche per lo stigma con cui vengono marcate le vittime e non è soltanto la pedofilia, è tutto quello che riguarda il turismo sessuale. Perché si parla molto di pedofilia e del turismo sessuale che è un business vergognoso; volta per volta si scoprono reti di pornografia infantile come adesso in Internet che sono soltanto la punta dell’iceberg dello sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti e che rispecchiano un problema molto più profondo, cioè la perdita di ogni riferimento morale. Ogni anno, secondo i dati dell’Unicef, ci sono un milione di bambini introdotti nel commercio sessuale. E già è conosciuto che alcuni dei viaggi che si fanno dall’Europa e dagli Stati Uniti verso certe parti del mondo sono proprio per il turismo sessuale. E’ un mercato che muove miliardi di dollari all’anno. Si trovano i ragazzi lavoratori e schiavi.
Sono passati già più di centocinquant’anni dal momento in cui Don Bosco si batté per i diritti dei minorenni. Don Bosco non soltanto cercava di attrezzare con la formazione professionale i suoi ragazzi ma cercava di garantire il rispetto dei loro diritti, con il contratto di lavoro. E’ vero che è aumentata la sensibilità in favore dei diritti dei minorenni ma anche è cresciuto di livello inimmaginabile il numero dei bambini e minorenni sfruttati come piccoli operai in condizioni inumane. Si parla di 250 milioni di bambini tra i 5 e i 15 anni costretti ai lavori vietati per pericolosità fisica, psichica o mentale, talvolta resi schiavi e questo a più di un secolo dall’abolizione legale della schiavitù. Non dimentichiamo che stiamo festeggiando il sessantesimo anniversario della firma della Dichiarazione dei Diritti Umani e guardate quanto lontano siamo ancora. Ci sono i ragazzi carcerati, è uno dei campi di lavoro in cui i salesiani e i membri della famiglia salesiana non si sono mai astenuti dall’operare, quello del lavoro nelle correzionali, dei formatori per minorenni, anche se per vocazione la famiglia salesiana ha avuto sempre la cura della prevenzione. Comunque oggi si deve allargare il concetto di prevenzione: prevenzione inizialmente voleva dire cercare di evitare che i ragazzi cadano in esperienze che possano marcare negativamente in forma deleteria la loro esistenza. Oggi non più, oggi ci sono tanti ragazzi che ormai hanno subito dure esperienze e si deve allargare il concetto di prevenzione, che vuol dire continuare a cercare di lavorare per loro cercando di arginare gli effetti negativi delle esperienze negative subite. E ci sono tanti che fanno questo lavoro. Non dimentichiamo dove Don Bosco ha cominciato a sviluppare la sua predilezione per il sistema preventivo, proprio visitando la prigione di Torino. Quando lui si è reso conto che non riusciva a fare tanto e dunque diceva “Se questi ragazzi avessero avuto un buon amico che avesse fatto un buon lavoro per evitare che cadessero in questa situazione, sarebbero stati molto più fortunati”.
Nel mese di agosto mentre mi trovavo a Pouillet, in Francia, predicando gli esercizi spirituali a confratelli membri della famiglia salesiana, della allora vecchia ispettoria della Francia del sud prima della unificazione, sono andato a Maulévrier dove è nata una persona molto conosciuta a Torino, Juliette De Colbert, la marchesa di Barolo. Prima di tutto sono andato a conoscere dove era nata, era veramente un palazzo regale, un’autentica reggia, era una delle famiglie più ricche della Francia. E io volevo conoscere perché sono stato qui nel palazzo Barolo quest’anno in occasione del centenario per la celebrazione della sei. Ma la cosa più interessante di quanto ho letto in quei giorni stando in Francia è che, dopo che la marchesa aveva sposato Tancredi di Barolo e si sono trasferiti di nuovo qui a Torino, ho conosciuto che cosa aveva fatto la marchesa di Barolo: aveva fatto un cambio nella sua vita. Aveva una grande sensibilità umana e sociale. Raccontano che stando qui a Torino, appena poco tempo dopo il suo arrivo qui in Piemonte, stava partecipando alla processione del Corpus Domini e si trovava proprio sotto una delle prigioni di Torino e dice che mentre si avvicinava la processione con il Santissimo, sentì un urlo da una finestra dall’alto: “Non ho bisogno del viatico, ho bisogno del pane”. Allora quell’urlo gli sembrò come una bestemmia, si girò per vedere da dove provenisse quell’urlo e vide che da una finestra una donna stava gridando. Finita la processione la marchesa di Barolo chiese di entrare in quella prigione, non la volevano lasciare entrare proprio per la situazione in cui stavano le prigioni; comunque una volta entrata, passando dalla parte dove stavano i maschi, questi erano pieni di rispetto per quella donna nobile. Però appena arrivò al settore femminile, si dice che come belve si sono buttate su di lei chiedendo pane e non altro. Da quel momento la marchesa di Barolo chiese di tornare e cominciò la sua opera sociale. Guardate che cosa è riuscita a fare questa donna.
Perché adesso vi sto presentando questo quadro che non è completo? Ci sono anche i ragazzi ammalati, i ragazzi delle fogne, i ragazzi rifugiati, basta andare in alcune parti del mondo per vedere i milioni di ragazzi sfollati a causa della guerra, non vi dico tutto quello che è la parte del sud dell’Africa dove la percentuale di ragazzi che muoiono di Aids è altissima, si parla del 50% della popolazione dallo Zambia fino al Sudafrica. Ecco, che cosa stanno facendo i salesiani oggi e in concreto la famiglia salesiana? Anzitutto siamo consapevoli che grazie a personalità di alto profilo morale sono sorte molte istituzioni che con la generosità con la dedizione mirabile dei loro membri hanno creato opere e servizi di assistenza, di educazione e di recupero come risposte a queste situazioni di emarginazione. Si tratta di creare una nuova cultura e perciò non basta semplicemente realizzare una buona opera educativa e anche evangelizzatrice se non si riesce a toccare il cuore della cultura. Abbiamo bisogno di costruire una cultura della vita e della solidarietà molto attenta al rispetto della dignità di tutte le persone. L’umanesimo cristiano, l’umanesimo interreligioso adesso non si può staccare dall’umanesimo laico. Ci sono tante persone veramente impegnate in questo campo, si tratta di cercare sempre di collaborare in sinergia con tutte le agenzie educative in favore di quello che Don Bosco indicava come la porzione più delicata di tutta la società umana, la gioventù. Anche se noi come al solito lavoriamo per una funzione di prevenzione, attraverso l’educazione, dato che la povertà oggi non è soltanto un fenomeno economico, oggi la povertà è un fenomeno culturale, una realtà che tocca la mentalità delle persone della stessa società, non ci sarà forma di cambiare la società se non riusciamo veramente a cambiare la cultura. Perciò io insisto che le nostre opere saranno più efficaci se riusciamo a formare prima di tutto il nuovo uomo e la nuova donna, se riusciamo veramente a dare una formazione professionale che abiliti i più poveri e svantaggiati a trovare un posto nella società e soprattutto se riusciamo a formare persone con una grande cittadinanza, senso di cittadinanza attiva. Io mi auguro veramente che la Strenna del 2008, che ha avuto veramente un’accoglienza tanto positiva, possa provocare all’interno della famiglia salesiana un maggiore sforzo, consapevoli come siamo che oggi il lavoro di prevenzione è inseparabile dall’educazione ai diritti umani. Grazie.”
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